Sommario
EDITORIALE – di Massimo Buconi
UNCZA
Fra scienza e tradizione – di Simone Masper
TIRO
Progetto federale – di Matteo De Chiara
CINOFILIA
La cinofilia guarda al domani! – di M.D.C
TESSERAMENTO 2026
Più tutele, più servizi, più futuro! – a cura di L.A. in collaborazione con Marsh
INIZIATIVE
Caccia al premio! – a cura della Redazione
UFFICIO STUDI E RICERCHE
Applicazioni e attività concrete – di Michele Sorrenti
CACCIA AL FEMMINILE
Figlie di Diana – di Isabella Villa
FIERE
Una passione che dura tutto l’anno – di Jacopo Foti in collaborazione con Matteo De Chiara
SPECIALE APERTURA 2026 – a cura di J.Fo
Per tutti i tipi di caccia
Ecco le cartucce
Tecnologia per il cacciatore
Per essere comodi e pure alla moda
Camminare in sicurezza
Collari gps e non solo…
LA VETRINA – a cura di J.Fo
Editoriale
OLTRE L’IDEOLOGIA: LA GESTIONE È SCIENZA, NON TIFO
Mentre questa rivista va in stampa, l’iter per la riforma della legge quadro sulla caccia sta vivendo fasi cruciali nel dibattito parlamentare. Non possiamo assolutamente sapere oggi, nel momento in cui licenziamo le bozze per la tipografia, quale sarà l’esito finale di questo percorso normativo e come andrà a finire lo scontro sui singoli emendamenti. Tuttavia, una cosa appare già fin troppo chiara ed evidente a chiunque voglia guardare alla realtà delle cose: il confronto politico e mediatico si è istantaneamente allontanato dal merito del testo. Siamo scivolati, con una rapidità tanto disarmante quanto prevedibile, nella solita, vecchia e ritrita contrapposizione ideologica tra “caccia sì” e “caccia no”.
È il solito copione che si ripete stancamente. Un non-dialogo sterile e di facciata che non porta alcun beneficio tangibile al sistema Paese e che genera un danno enorme a un tema delicato come quello della gestione faunistica nazionale. Invece di entrare nel merito della questione, di sollevare contrarietà o approvazione sulla base di motivi oggettivi, tecnici e fondati, si è preferito per l’ennesima volta buttare la palla in tribuna. Anche in questo caso, come in ogni tentativo negli ultimi 30 anni di intervenire in tema faunistico da parte di chiunque – Ispra compreso, che a seconda dei tornaconti ambientalisti, o meglio: anticaccia, del momento passa da essere dispensatore di verità assolute intoccabili a oggetto di critiche feroci – si è scelto di sollevare metodologicamente polveroni emotivi, agitare lo spauracchio di deregolamentazioni selvagge e distorcere la realtà pur di alimentare la polarizzazione. Questo atteggiamento riduce una materia complessa e di natura prettamente scientifica a una mera tifoseria da stadio, priva di contenuti reali. La gestione della fauna selvatica non è e non deve essere un manifesto politico, né una questione legata a sentimentalismi passeggeri. Al contrario, è una vera e propria branca della scienza applicata. Come tale necessita di censimenti rigorosi, monitoraggi costanti, competenze biologiche e interventi sul campo. L’illusione di poter mettere l’intera natura sotto una campana di vetro, sperando che un ecosistema fortemente antropizzato come quello italiano si autoregoli in modo autonomo, è del tutto anacronistica e fallimentare. Oltre a ciò, si tratta di una visione scientificamente infondata e profondamente dannosa. I fatti degli ultimi trent’anni lo dimostrano ampiamente: la totale assenza di gestione attiva non ha affatto protetto il territorio, ma ha generato squilibri biologici insostenibili.
Bisogna comprendere una volta per tutte la profonda differenza biologica che passa tra i concetti di “conservare” e di “proteggere”. Proteggere significa immobilizzare, isolare un elemento naturale dal contesto antropico circostante, coltivando l’utopia che possa restare immutato nel tempo. Conservare, al contrario, significa gestire attivamente le risorse faunistiche per garantirne la biodiversità, la salute della specie e la compatibilità con le attività umane tradizionali, prime tra tutte l’agricoltura. Il cacciatore moderno è un attore fondamentale e insostituibile di questa conservazione. Noi non chiediamo sconti o privilegi, ma regole moderne ed europee che ci permettano di fare la nostra parte in modo responsabile, basandoci su dati oggettivi e non su teoremi ideologici.
Continuare a barricarsi dietro a un no a prescindere verso qualsiasi aggiornamento di una legge vecchia di oltre tre decenni significa condannare l’ambiente alla paralisi e il Paese a costi enormi, sotto tutti i punti di vista. Il rumore di fondo delle campagne emozionali danneggia l’intera collettività. Federcaccia continuerà a chiedere un confronto sereno, concreto e pragmatico, convinta che la vera tutela dell’ambiente si costruisca solo attraverso il buonsenso, l’equilibrio e il rigore scientifico. Al di là degli aspetti gestionali e normativi, non si può dimenticare l’essenza profonda di questa attività. La caccia è, prima di tutto, una passione autentica che unisce l’uomo alla natura. Rappresenta un pilastro fondamentale della nostra cultura e una difesa attiva delle tradizioni più genuine legate alla ruralità. Un patrimonio di saperi e stili di vita che va preservato e tramandato con orgoglio.
Massimo Buconi