CACCIA & TIRO n. 08/2026

Il ruolo della gestione faunistica nella conservazione della biodiversità e nel miglioramento degli habitat è stato nuovamente ribadito in un convegno ospitato a Imola (BO) sotto l’egida di Federcaccia nazionale e di FIdC Emilia-Romagna. E in tale contesto il contributo dei cacciatori nella raccolta dei dati sul territorio è quantomai importante. Grazie alla loro passione, alla profonda conoscenza dei luoghi, al legame con il territorio, come testimoniato dalle nostre interviste al Presidente di FIdC LiguriaAndrea Campanile, e al giovane federcacciatore umbro Alessandro Orelli.
Una passione espressa in maniera autentica e ben documentata – una storia pressocché dimenticata – che ha coinvolto le cosiddette “Amazzoni della caccia”, ovvero un nutrito stuolo di donne tra fine ‘800 e inizio ‘900 capaci di imbracciare le doppiette con un’eleganza tanto impeccabile quanto determinata. Vere pioniere che hanno scardinato il cliché della caccia come dominio puramente maschile. Oltre a segnare un’epoca, esattamente come è accaduto al sovrapposto Beretta SO. Ma restando nel solco della “precisione”, ecco il nostro focus sul fattore “Zero errori” nel tiro volo: quando si cerca questa condizione in quei 25 piattelli, ogni aspetto deve ricevere il giusto “carburante”, senza mai trascurare quei dettagli che possono sembrare insignificanti. Quei dettagli che si è soliti mettere in campo nelle competizioni e nella meticolosa cura della sicurezza in pedana. Pedane sportive che in questo numero si aprono allo sporting, al compak e alla descrizione di impianti che sono dei veri e propri “gioiellini”. Di chi stiamo parlando? Del Tav La Montagnola, immerso nella natura che si affaccia sul Lago Maggiore, in provincia di Varese. Natura protagonista anche delle gare cinofile della Fidasc: il Campionato italiano Praemium. Cinofilia venatoria che riveste un ruolo importante nella vita professionale e non solo di Monica Francone e Paolo Margheritini, entrambi direttori di gara seguita su cinghiale.

Sommario

PRIMO PIANO – di Marco Ramanzini

CACCIA

CONVEGNI
Specie cacciabili: il futuro passa dalla ricerca – di Marco Ramanzini

LA VOCE DELLA PASSIONE
Volti, esperienze, storie – di Antonietta Maria Rimola

IL LAVORO SUL TERRITORIO
Intervista al Presidente regionale Federcaccia Ligurtia, Andrea Campanile – a cura di Anna Ardifuoco

ACCESSORI CACCIA E TIRO
Concentrati sul tiro – di M.R.

VETERINARIA
Meglio “prestare orecchio” alle otiti – di Angelo Gresia

GESTIONE
Caccia e controllo del cinghiale: riflessioni – di Roberto Mazzoni della Stella

CULTURA
Le Amazzoni del fucile – di Barbara Biggi e Carlo Romanelli

STORIE D’ARCHIBUGERIA
I misteri della polvere nera – di Roberto Aguzzoni

LETTURE
Il sovrapposto Beretta SO – a cura della Redazione

TIRO A VOLO

COACHING
Zeri errori – di Giorgio Fabris

ASSOCIAZIONI SPORTIVE
Tav San Martino “capitale” mondiale del compak – di Riccardo Monzoni

MANIFESTAZIONI
4° GP sporting, tra suggestione e incanto – di Mara Strada
Non era il solito sporting a Vergato – di M.S.
3° Trofeo Marco Danese, un tributo sincero – a cura della Redazione

ASSOCIAZIONI SPORTIVE
Tav la Montagnola, “gioiellino” lombardo – di Francesca Domenichini

MANIFESTAZIONI
Rio Salso Universal Trench Cup, première riuscita – di Stefano Terrosi

INSERTO FIDASC – a cura dell’Ufficio Stampa Fidasc

A CACCIA DI SPORT – di Felice Buglione

CINOFILIA VENATORIA
La splendida 2 giorni del Praemium

TIRO CON L’ARCO
Rievocazioni storiche: il Tricolore di Anghiari

TIRO SPORTIVO
14° Campionato italiano a 200 metri, Hunting e Customs
4° Trofeo Gimigliano di scena al Poligono Mimmo Voci

CINOFILIA VENATORIA
Intervista a Monica Francone
La cinofilia per Paolo Margheritini

TIRO SPORTIVO
Field Target: l’Europeo di Fagnano Castello

Editoriale

Chi paga il conto dell’ambientalismo ideologico?

Non c’è dubbio che l’ambientalismo italiano, da non confondere con la sua deriva animalista, abbia contribuito a diffondere una maggiore sensibilità ecologica nel Paese. Ma restano contraddizioni, ritardi e costi che oggi espongono l’Italia e i suoi cittadini a procedure d’infrazione europee e pesanti sanzioni

Per oltre quarant’anni l’ambientalismo italiano ha rappresentato una delle culture politiche più influenti del Paese, contribuendo a modificare – non sempre in meglio – il rapporto degli italiani con il territorio, l’ambiente e la fauna. Accanto a indubbi meriti soprattutto a favore della conservazione del paesaggio e lotta all’inquinamento, si è sviluppata e radicata una forma di ambientalismo fondata prevalentemente sul principio del rifiuto: no ai termovalorizzatori, no agli impianti energetici, no alle grandi opere, no agli interventi di gestione attiva della fauna e no, naturalmente, alla caccia. È proprio della lotta alla caccia che le organizzazioni animaliste – ormai difficilmente distinguibili da quelle ambientaliste – hanno fatto il loro business principale, sia in termini di impegno politico che di raccolta fondi. Anche a causa delle loro continue azioni di disturbo, come i ricorsi amministrativi, le campagne mediatiche e una costante demonizzazione del mondo venatorio, i praticanti sono progressivamente diminuiti. Parallelamente, però, si è assistito alla crescita incontrollata di alcune specie selvatiche, a partire dal cinghiale, con danni all’agricoltura stimati in decine di milioni di euro, centinaia di incidenti stradali anche mortali e rischi sanitari sempre maggiori, vedi PSA. Di fronte a questi problemi, dal mondo ambientalista arrivano soprattutto posizioni di principio e slogan, senza proposte concretamente attuabili. È proprio sul tema della gestione faunistica che emergono alcune delle principali contraddizioni. L’Unione europea chiede da anni agli Stati membri di adottare misure efficaci per il contenimento delle specie invasive e per il controllo delle popolazioni che minacciano biodiversità, agricoltura e salute pubblica. In Italia, molti interventi di eradicazione o contenimento sono stati rallentati o ostacolati fino a bloccarli da ricorsi e campagne ideologiche e anche su questo arriverà a breve il conto da Bruxelles. Analoga dinamica si è verificata sul fronte delle infrastrutture ambientali. L’opposizione a impianti di trattamento dei rifiuti, termovalorizzatori, depuratori e opere energetiche ha spesso contribuito a ritardi che continuano a produrre costi elevatissimi. Secondo i dati del Dipartimento per gli Affari europei, il settore ambientale rappresenta ancora il principale fronte di contenzioso con Bruxelles. Emblematico è il caso delle discariche abusive: dopo la condanna della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2014, l’Italia ha già versato oltre 261 milioni di euro tra sanzioni e penalità. Analoga la vicenda dei depuratori e del trattamento delle acque reflue, che nel 2018 è costata al Paese una nuova condanna con sanzioni milionarie. Si tratta di risorse sottratte ai cittadini: centinaia di milioni di euro che avrebbero potuto essere investiti nella manutenzione del territorio, nella prevenzione del dissesto idrogeologico e nel miglioramento dei servizi ambientali. O nella sanità, nella scuola, nei trasporti… Ma gli ambientalisti dove erano? Molti hanno ricoperto e ricoprono ruoli nelle amministrazioni locali, in Parlamento e perfino al Governo. Emblematica, in questo senso, la stagione del ministro Sergio Costa, caratterizzata da una forte impronta ambientalista e animalista. Lo stesso Costa si presentava spesso ad appuntamenti istituzionali con la spilletta della LIPU e nominò capo della propria Segreteria Fulvio Mamone Capria, allora presidente nazionale dell’associazione. Non tutti i conflitti di interesse evidentemente hanno lo stesso peso. Eppure, proprio durante quella stagione politica l’Italia continuava a figurare tra i Paesi europei maggiormente esposti alle procedure d’infrazione ambientali, pagando sanzioni milionarie per discariche abusive, depurazione delle acque, qualità dell’aria e ritardi nell’attuazione degli obblighi comunitari. Una circostanza che evidenzia la distanza tra l’ambientalismo declamato e la capacità di tradurre gli obiettivi ecologici in risultati concreti. Perché il problema dell’Italia non è mai stato un deficit di retorica ambientalista, ma piuttosto una cronica incapacità di affrontare i problemi con pragmatismo. Così, mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi su campagne simboliche e sulla contrapposizione ideologica a determinate opere o attività, l’Italia resta tra i Paesi europei maggiormente esposti al rischio di nuove procedure e ulteriori sanzioni proprio per il mancato raggiungimento degli obiettivi ambientali fissati dall’Unione. Ogni ritardo nella realizzazione di impianti di trattamento dei rifiuti, nel completamento delle reti di depurazione o nell’attuazione dei piani di gestione delle specie invasive produce infatti un duplice danno: ambientale, perché perpetua situazioni di degrado, ed economico, perché trasferisce sui contribuenti il costo delle inadempienze. La vera sfida non è dire sempre no, bensì conciliare conservazione e gestione, tutela e sviluppo, biodiversità e responsabilità amministrativa, conservazione e uso sostenibile delle risorse naturali. Perché il conto dei ritardi, delle occasioni perdute e delle sanzioni europee, alla fine, non viene pagato da chi promuove il veto e se ne fa pure vanto elettorale, ma dai cittadini italiani.

Marco Ramanzini

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Sito

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