CACCIA & TIRO n. 06-07/2026

Un numero speciale quello che copre i mesi di luglio e agosto della nostra e vostra rivista. In primis perché un ampio servizio descrive con dovizia di particolari la storia passata e recente di Fabbrica d’Armi Pietro Beretta. Per tutti “la Beretta”, nata da una scintilla: con i suoi 500 anni di vita, uniti da un filo rosso che si dipana dalle braci di una forgia ai più moderni processi produttivi e alle tecnologie più avanzate. Una strada percorsa sempre nel solco della tradizione, delle radici familiari, e dell’orgogliosa appartenenza alla propria terra. E sempre il territorio di appartenenza è il trait-d’union con le realtà Federcaccia, come quella dell’Umbria, alla cui presidenza regionale troviamo Maurizio Lorenzini, con cui abbiamo parlato di gestione faunistica, di progettualità in itinere, di responsabilità dei cacciatori, di valorizzazione delle tradizioni e del mondo rurale. Tradizioni, nelle quali si riconoscevano, e si riconoscono tuttora, anche gli artigiani armaioli, portando avanti nel tempo un sapere fatto di passione, creatività e spirito anche di innovazione, spesso supportati nel loro lavoro da coloro che venivano chiamati i “ragazzi di bottega”. Bravi, volonterosi e talentuosi ragazzi che, passando all’ambito sportivo, devono avere anche loro dei bravi maestri: ne sono un esempio gli istruttori del Settore giovanile della Fitav. Tecnici preparati e impegnati che si prodigano per la propria Federazione e per la crescita dello sport, come nel caso di Elena Navelli e Fabrizio Chiampesan, o di Marisa Concas, consigliera Fidasc nonché tiratrice. Quel tiro sportivo che coinvolge una vasta platea di estimatori in virtù delle sue diverse discipline, tra le quali il tiro di campagna, “celebrato” in questa occasione dal resoconto sul 22° Campionato italiano 100 metri – 4 posizioni.

Sommario

PRIMO PIANO – di Marco Ramanzini

CACCIA

SPECIALE BERETTA 500 ANNI
Nata da una scintilla – di Marco Ramanzini

PROGETTI GESTIONALI
Pam-bird: la tecnologia al servizio dell’avifauna – di Matteo De Chiara

IL LAVORO SUL TERRITORIO
Intervista al Presidente regionale Federcaccia Umbria, Maurizio Lorenzini – a cura di Anna Ardifuoco

GESTIONE
Nutria, danni e contenimento – di Roberto Mazzoni della Stella

CULTURE
Vincenzo Sani, pittore gentiluomo tra tele e tiro a volo – di Barbara Biggi – Carlo Romanelli

STORIE D’ARCHIBUGERIA
Quei bravi ragazzi di bottega – di Roberto Aguzzoni

VETERINARIA
Prevenzione e cura dei nostri beniamini – di Angelo Gresia

TIRO A VOLO

COACHING
Il metodo del “flusso” – di Giorgio Fabris

ALLENAMENTO
Gli esercizi pratici per correggere i difetti – di Riccardo Monzoni

ASSOCIAZIONI SPORTIVE
Tav Ponso, splendida macchina organizzativa – di Mara Strada
Montefeltro, storico impianto – di Francesca Domenichini

INSERTO FITAV

LINEA DI TIRO – di Luciano Rossi

VERSO IL CENTENARIO
I successi del paratrap azzurro – di Massimiliano Naldoni

TECNICI SETTORE GIOVANILE
In cattedra e in pedana – di M.N.

SETTORE ARBITRALE
Vita da arbitro – di M.N.

SETTORE PARALIMPICO
Paoletti: “Ho imparato a volare come un’aquila” – di Michelangelo Lombardi

EVENTI
La Fitav al “Villaggio Esercito” – di M.L.

INSERTO FIDASC – a cura dell’Ufficio Stampa Fidasc

A CACCIA DI SPORT – di Felice Buglione

L’INTERVISTA
Nicola Garau, delegato della Sardegna
Marisa Concas, consigliera in quota Tecnici

CINOFILIA VENATORIA
Finale nazionale seguita categoria Mute

TIRO DI CAMPAGNA
22° Campionato italiano 100 metri – 4 posizioni

Editoriale

Paesaggio ideale o… ideologico?

La lettera aperta di Francesco Pratesi al WWF con l’invito ad abbandonare l’idea di inseguire a ogni costo la sirena del green a scapito dell’originaria missione di tutela di ambiente e fauna ha riacceso il dibattito sui costi ambientali della transizione
energetica

In tema di transizione energetica anche il nostro Paese si trova davanti a un bivio che ne indirizzerà inevitabilmente il futuro. Il rischio è che la scelta venga presa, come purtroppo assistiamo quotidianamente quando si parla di ambiente, non sulla base di considerazioni tecniche e oggettive, ma sull’emotività, sull’l’ideologia e su più di un pizzico di interessi economici. La conversione dal fossile verso altre fonti di energia, presentata come l’unica via per salvare il pianeta, ha infatti aspetti speculativi in mano a pochi colossi industriali che non possono sfuggire a nessuno. Sia chiaro: consideriamo le energie rinnovabili fondamentali da molti punti di vista, prima di tutto quello di un miglioramento delle condizioni di vita di tutti noi. Altrettanto fondamentale però, è che non siano la scusa per sacrificare i nostri terreni, la biodiversità e la bellezza del paesaggio italiano. Oggi il pericolo più grande si nasconde dietro la retorica del “green”. A sollevare i primi dubbi è stato, e non poteva essere altrimenti, il mondo rurale, cacciatori inclusi. Con lungimiranza – e per ora in splendida solitudine, quasi il problema non riguardasse la categoria – la Federcaccia ha aperto la strada al dibattito organizzando alla fine dello scorso anno un workshop nazionale sul tema. Quanto emerso evidenzia una verità che la politica fatica a digerire: il territorio rurale non è uno spazio vuoto da colonizzare con distese di pannelli di silicio o torri eoliche. È un ecosistema vivo, custode di biodiversità, produzioni agroalimentari e memoria storica. Una vera scossa al dibattito, anche per l’indubbia notorietà, è arrivata nelle scorse settimane dalla lettera aperta che Francesco Pratesi, presidente di Italia Nostra Toscana e figlio di Fulco, ha indirizzato al WWF. Le sue parole descrivono bene lo smarrimento delle grandi sigle ambientaliste, che sembrano aver barattato la tutela di fauna e habitat con il feticcio delle rinnovabili e degli apparati che le producono. Un cortocircuito che nasce dalle rigide direttive europee del Green Deal: un piano nato con ottime intenzioni, ma trasformato in una macchina che procede con burocratica ottusità nel perseguire un risultato che si sta rivelando opposto a quanto pensato. Il nostro paesaggio è unico per storia e arte, sicuramente non paragonabile agli ampi spazi semideserti del Nord Europa o alle steppe spagnole e riempire di specchi e acciaio le colline toscane, le Langhe, i crinali dell’Appennino, i boschi della Sila, le coste della Sardegna… significa distruggere un equilibrio delicatissimo. Nessuno è contrario al progresso: sarebbe sciocco oltre che inutile. Ma chiedere che si usi il buon senso e ci si renda conto – o forse, meglio, si abbia il coraggio di ammettere – che sottrarre spazio alle aree naturali e a quelle coltivabili danneggia la nostra agricoltura e cancella la fauna selvatica non è opporsi al progresso o a una svolta “green” intellettualmente onesta. Non mancano gli spazi all’interno di una seria pianificazione per unire sostenibilità e impianti energetici. Anche il nostro territorio è purtroppo ricco di aree già compromesse: i tetti dei capannoni industriali o agricoli, le aree dismesse, le cave esaurite e le infrastrutture esistenti. Una superficie enorme, che se ben sfruttata basterebbe da sola a rappresentare una più che consistente percentuale di transizione energetica. Siamo invece al paradosso che si vuole salvare l’ambiente distruggendo la natura. La tutela ambientale deve tornare a significare gestione attiva del territorio, protezione delle comunità rurali e conservazione della bellezza, no slogan da gridare in piazza o dai palcoscenici mediatici, spesso accompagnata da richieste di sostenere economicamente la causa. Sostenere le energie alternative significa integrarle nel tessuto del Paese. La transizione energetica deve essere un mezzo per proteggere il nostro futuro, non un fine ideologico per cancellare il nostro presente e quello che il lavoro dell’uomo ha saputo fin qui tutelare e valorizzare.

Marco Ramanzini

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Sito

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