CACCIA & TIRO n. 12-01/2025-2026

Eccoci nuovamente insieme a salutare il nuovo anno che si è chiuso con un bilancio più che positivo, ancora una volta, sul fronte sportivo per quanto riguarda tutte le discipline di cui da tempo ci occupiamo. Piccola parentesi: nel 2026 festeggeremo i nostri primi 40 anni di editoria di settore. A ben pensarci decisamente un bel traguardo, che contiamo di condividere presto con tutti i nostri lettori. Lettori che su questo numero che ci traghetta appunto nell’anno che “verrà e sarà“ potranno seguire la bella narrazione su tutti i principali eventi nazionali ed internazionali in cui le atlete e gli atleti del tiro a volo azzurro hanno lasciato un segno indelebile. La stessa scia di successi che hanno lasciato dietro di sé le specialità della Fidasc, come il paintball, che sta coinvolgendo una platea in crescita di giovanissimi futuri campioni. Ma come per lo sport anche nel comparto della gestione venatoria si registrano dei decisivi passi in avanti per contrastare con metodi più innovativi la crisi della selvaggina nobile stanziale: lepri, fagiani e starne. Mentre di crisi non si parla, per fortuna, quando si ha che fare con il recupero di antiche tradizioni e di luoghi in cui, in un lontanissimo passato, si radunavano i cacciatori per compiere riti propiziatori in onore della dea Diana.

Sommario

PRIMO PIANO – di Marco Ramanzini

CACCIA

ATTUALITÀ
Calo dei cacciatori: un problema, quasi, comune – A cura della Redazione

EVENTI
Selvaggina nobile stanziale verso una nuova gestione – di Matteo De Chiara

GESTIONE
I canti dei fagiani maschi – di Roberto Mazzoni Della Stella

CULTURA
Pieve di San Martino: lontani echi di caccia – di Roberto Aguzzoni

LETTURE
“Vivere con i cani”: 40 personalità di razza – a cura della Redazione

TIRO A VOLO

COACHING
Il pensiero primo – di Giorgio Fabris

ALLENAMENTO NEUROMOTORIO
La reattività nel tiro a volo – di Riccardo Monzoni

INSERTO FITAV

LINEA DI TIRO – di Luciano Rossi

EVENTI
La Fitav entra nel futuro con il claim: #iosonofitav – di Jacopo Foti

RASSEGNA SPORTIVA 2025
Un anno fra passato e futuro – di Massimiliano Naldoni

TROFEO DELLE REGIONI SKEET
La Calabria dello skeet punta sui più giovani – di J.F.

TECNICI
Preparazione atletica: Kirschner risponde – di Michelangelo Lombardi

CAMPIONATO ITALIANO MIXED TEAM FOSSA OLIMPICA
Mixed team: quando l’unione fa la forza – di M.L.

SETTORE PARALIMPICO
Talamo: “La mia vita alla ricerca dell’equilibrio” – di M.L.

INSERTO FIDASC – a cura dell’Ufficio Stampa Fidasc

A CACCIA DI SPORT – di Felice Buglione

ATTIVITÀ FEDERALE
Al lavoro con passione e consapevolezza

HUNTER FIELD TARGET
Tricolore 2025

TIRO CON L’ARCO
2° Campionato italiano Indoor

PAINTBALL
La Finalissima toscana del paintball 3 Men

Editoriale

Natura sotto pressione

Ogni volta che si parla di ambiente, fauna, biodiversità e della loro tutela, il dito viene puntato sempre contro la caccia. La realtà però ci dice che sono altre le vere
minacce e i cacciatori rappresentano solo un facile capro espiatorio

No, non è fare del “benaltrismo”.
In questi mesi abbiamo assistito all’ennesimo rinfocolarsi di polemiche, accuse e campagne (dis)informative sul ruolo della caccia nella perdita di biodiversità. Accade ciclicamente, in particolare quando, come in questo caso, si tenta di mettere attenzione in Parlamento a una revisione e modernizzazione – tutto il contrario di un ritorno al passato, quindi – della legislazione in materia. Titoli sensazionalistici ben suggeriti, qualche commento indignato sui social da parte dei consueti influencer verdi ed ecco che si torna a indicare i cacciatori come la principale minaccia per l’ambiente.
Ma è proprio così?
I dati, oggettivi e ufficiali, ci sono e sono noti da tempo. A darli non è una associazione venatoria, ma l’Agenzia Europea dell’Ambiente e basta volerli leggere per veder emergere una realtà completamente diversa. Si scoprirebbe così come la pressione esercitata dalla caccia sulle specie e sugli habitat europei sia minima, quasi trascurabile. Non marginale per opinione, ma per numeri: meno dell’1% delle pressioni più elevate segnalate dagli Stati membri della UE riguarda l’attività venatoria.
A incidere in negativo sulla biodiversità sono altri fattori, molto più profondi e strutturali: la trasformazione dei suoli; l’agricoltura intensiva; la frammentazione degli habitat; l’invasione di specie aliene; l’inquinamento; le infrastrutture spesso inutili; i cambiamenti climatici, innegabili quale ne sia la causa… Tutte forze che agiscono su scala continentale e continua, alterando gli equilibri ecologici molto più di quanto possa fare una pratica regolamentata, limitata a poche settimane l’anno e controllata come la caccia.
Perché allora il mito della caccia causa di tutti i mali dell’ambiente persiste? Perché è facile, perché nell’immaginario collettivo di chi non la conosce e poco sa di ambiente, campagna e natura, trasmette emozioni, simboli, immagini forti. E perché volutamente spesso si fa in modo di confondere ciò che è legale con ciò che non lo è, finendo per far coincidere l’attività venatoria con il bracconaggio; la richiesta di adeguare la nostra legislazione in materia al resto dell’Europa come “il far west venatorio”; le cacce tradizionali – e molto di quanto appartiene alla ruralità – come crudeli anacronismi da cancellare. Una presentazione distorta nei contenuti, ma ben confezionata e di facile presa presso il grande pubblico, sempre urlata molto più forte dei chiarimenti e della verità che possiamo contrapporre.
Eppure i cacciatori italiani, così come i loro colleghi europei, non solo non rappresentano una minaccia per la biodiversità, ma ne sono spesso custodi silenziosi. Sono loro a mantenere habitat, a ripulire canali e sentieri, a segnalare anomalie nella presenza di specie invasive, a collaborare nei monitoraggi scientifici, a investire migliaia di ore in lavori volontari che nessun ente pubblico riuscirebbe a sostenere da solo. In molte aree rurali, senza il presidio dei cacciatori il territorio resterebbe privo di occhi e mani capaci di intervenire con competenza.
La verità è che la conservazione richiede pragmatismo, non slogan. Serve costruire alleanze, non nemici immaginari. Ignorare il contributo del mondo venatorio significa perdere un pezzo importante della gestione attiva del territorio, proprio nel momento storico in cui le sfide ambientali chiedono più collaborazione e meno divisioni.
Chi ha davvero a cuore la biodiversità dovrebbe interrogarsi sulle cause reali del declino, non sulle percezioni o le ideologie. Dovrebbe chiedere politiche agricole che concilino ancora meglio il giusto reddito dell’impresa con la sostenibilità; piani di gestione che non restino solo sulla carta; interventi seri contro inquinamento, consumo di suolo, cattiva gestione delle acque o i mille insensati vincoli a una gestione razionale di boschi e foreste; il paesaggio sacrificato sull’altare della grande illusione green e l’assenza in molte zone di una seria pianificazione territoriale…
Dare la colpa alla caccia significa guardare dalla parte sbagliata. Facile, ma sbagliata.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di un dibattito onesto, basato sui fatti e non sulle emozioni. Sì, la natura è sotto pressione, ma non per colpa dei cacciatori. E continuare a ripetere il contrario non aiuta né la fauna, né la società, né tantomeno il confronto democratico, ma solo i bilanci di molte associazioni ambientaliste e anticaccia.

Marco Ramanzini

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Sito

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